La via della rifondazione: firme, referendum, calendario costituzionale
1. La mappa giuridica del cammino
La rifondazione ha una sola via legittima, e l’ho giurato fin dal Prologo: la via del diritto vigente. Ma dentro questa legalità esistono, a dire il vero, tre cammini distinti — e il lettore merita di vederli tutti e tre, con le loro oneste possibilità, prima che io svolga tecnicamente quello sul quale puntiamo.
La prima via — democratico-elettorale. Un partito (o una coalizione) che assume esplicitamente la rifondazione entra in Parlamento con almeno un quarto del numero dei deputati o dei senatori — la soglia dell’art. 150 comma (1) per l’iniziativa parlamentare di revisione — e costruisce poi, mediante negoziato o mediante elezioni successive, la maggioranza dei due terzi in ciascuna Camera, richiesta dall’art. 151 comma (1) per l’adozione. È la via «normale» delle grandi revisioni europee; da noi è, per ora, poco probabile — nessun partito parlamentare ha assunto integralmente il progetto, e l’aritmetica dei due terzi presuppone esattamente il consenso delle élite che la rifondazione disturba. Ma le finestre storiche cambiano le aritmetiche: i partiti non abbracciano le rifondazioni per virtù, ma per calcolo, il giorno in cui il rifiuto costa elettoralmente più dell’assenso.
La seconda via — presidenziale. Un Presidente della Romania deciso a forzare lo sblocco può usare l’arma dell’art. 90: il referendum consultivo su «questioni di interesse nazionale». La domanda — siete d’accordo con la revisione della Costituzione secondo l’insieme di principi della «Costituzione della Sovranità»? —, convalidata dal voto popolare, non adotta nulla sul piano giuridico; ma crea una pressione politica che nessun parlamento può ignorare all’infinito. Il precedente del 2009 (parlamento monocamerale, 300 parlamentari) ha dimostrato al tempo stesso la forza dello strumento — maggioranze schiaccianti — e la sua debolezza attuale — l’inesecuzione; proprio per questo la Legge sul referendum del nostro pacchetto lega il risultato a un termine obbligatorio di legiferazione. Un Presidente-iniziatore, con il referendum consultivo vinto e l’opinione pubblica mobilitata, può trasformare la seconda via nell’anticamera della prima. Anch’essa è poco probabile — richiede un uomo nella funzione suprema disposto a consumare il proprio mandato per un’opera che non gli appartiene personalmente —, ma la storia costituzionale della Quinta Repubblica francese si è scritta esattamente così.
La terza via — civica. Quella che abbiamo scelto, non perché sia la più facile, ma perché è la sola che non dipende da nessuno di coloro che hanno interesse a che non avvenga: l’iniziativa dei cittadini di revisione, dall’art. 150 — mezzo milione di firme — fino al referendum dell’art. 151 comma (3). La svolgo qui sotto tecnicamente, passo dopo passo, perché un progetto che non pubblica il proprio cammino non merita fiducia; ma tenete presente l’ordine di cui sopra: se una delle prime due vie si apre — un partito che la assume, un Presidente che la forza —, tutti i testi di questo libro sono a sua disposizione, già redatti. La rifondazione non ha l’orgoglio della via; ha soltanto l’ostinazione della destinazione. E ha inoltre, dal 6 dicembre 2024, un fondamento che nessuna delle vie ordinarie della politica può offrire: come ho dimostrato nel Capitolo 8, il vizio di legittimità che colpisce le autorità e gli atti successivi all’annullamento delle elezioni non può essere sanato dagli organi che vivono della fonte viziata — né mediante una nuova consultazione organizzata dalle stesse autorità contestate, né con il decorso del tempo. Esso può essere sanato soltanto mediante un atto di rifondazione del titolare della sovranità: esattamente la procedura descritta in questo capitolo. Il cammino che segue non è dunque soltanto la via della migliore Costituzione possibile; è l’unica procedura di validazione retroattiva di uno Stato che funziona, giuridicamente, come un fantasma.
Primo passo: l’iniziativa di revisione (art. 150 della Costituzione vigente). La revisione può essere iniziata da almeno 500.000 cittadini con diritto di voto, provenienti da almeno la metà dei distretti del Paese, con un minimo di 20.000 firme in ciascuno di tali distretti o a Bucarest. È la soglia più alta dell’intera architettura costituzionale romena — e l’abbiamo già affrontata una volta: la campagna di firme per la Costituzione della Sovranità, con le liste, i mandatari, le indicazioni di compilazione e le procure speciali documentate nell’archivio del progetto, è stata la scuola pratica di questo passo. Sappiamo esattamente quanto costa, quanto dura e dove si inceppa: le autenticazioni, l’attestazione delle liste, la verifica presso la Corte costituzionale. Per questo il progetto stesso contiene, per il futuro, la firma digitale — ma il primo passaggio si fa con le regole antiche: su carta, di porta in porta, come sono state fatte tutte le rifondazioni vere.
Secondo passo: il controllo della Corte costituzionale (art. 146 lett. a)). La Corte si pronuncia d’ufficio sull’iniziativa di revisione — verifica il rispetto dell’art. 152 (i limiti della revisione) e la regolarità dell’iniziativa. Abbiamo costruito il progetto, come ho mostrato nel Capitolo 9, per questo esame: nessuna disposizione tocca gli ambiti intangibili, e il dossier comparativo di questo libro è, in fondo, la memoria amicus del progetto.
Terzo passo: l’adozione parlamentare (art. 151). La revisione è adottata dalla Camera dei Deputati e dal Senato con maggioranza dei due terzi in ciascuna Camera (o, in caso di divergenza, tre quarti in seduta comune). Qui sta la strettoia politica: nessuna maggioranza attuale vota, di sua spontanea volontà, la limitazione del proprio potere. La risposta strategica ha tre braccia: la pressione elettorale (mezzo milione di firmatari sono una circoscrizione che nessun partito ignora all’infinito), la finestra storica (le maggioranze rifiutano la rifondazione fino al giorno in cui il rifiuto costa più dell’assenso — e le crisi che si avvicinano presenteranno il conto), e le leggi d’avanguardia: tutto ciò che nel pacchetto della rifondazione non richiede rango costituzionale — la Legge sul referendum, la Legge George, la Romania Verde, la smilitarizzazione, la Solidarietà — può essere adottato con legge ordinaria od organica prima della revisione, per la via dell’iniziativa dei cittadini dell’art. 74 (oggi 100.000 firme), costruendo il fatto compiuto normativo e l’abitudine alla vittoria.
Quarto passo: il referendum di revisione (art. 151 comma (3)). La revisione è definitiva soltanto dopo l’approvazione mediante referendum, organizzato entro un massimo di 30 giorni dall’adozione. Qui il popolo firma l’atto di fondazione — e qui pure le soglie di validità (30 % di partecipazione, secondo la Legge 3/2000 nella forma attuale) esigono la mobilitazione che soltanto un decennio di pedagogia civica costruisce. Questo libro è un mattone di quella pedagogia.
2. L’avvertimento di Machiavelli — e perché andiamo comunque avanti
Nessun autore ha descritto con maggiore esattezza il terreno su cui entra ogni rifondatore di Machiavelli, nel capitolo VI del Principe: «non è cosa più difficile a trattare, né più dubia a riuscire, né più periculosa a maneggiare, che farsi capo a introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, e ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene» (nota: Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513/1532), cap. VI; testo originale italiano; nell’edizione romena utilizzata dall’autore, Machiavelli, Principele, trad. Nina Façon, Editura Științifică, Bucarest, 1960 (nella versione inglese: «There is nothing more difficult and dangerous, or more doubtful of success, than an attempt to introduce a new order of things...»); verificato su due fonti indipendenti (Wikisource, trad. Detmold; Constitution Society, testo integrale del cap. VI).) — tiepidi, spiega, per timore degli avversari che hanno le leggi dalla loro parte e per l’incredulità degli uomini «che non credono veramente a nulla di nuovo finché non ne vedano la prova per esperienza». Cinquecento anni dopo, queste righe si leggono come il verbale di ogni giornata della campagna della Legge sulla Sovranità: i beneficiari dell’ordine antico — mobilitati con «lo zelo dei partigiani», come dice ancora Machiavelli; i beneficiari dell’ordine nuovo — simpatizzanti, ma prudenti, «vediamo prima se riesce».
E alla lezione di Machiavelli la campagna della Legge sulla Sovranità ha aggiunto una lezione aritmetica propria, che ho annotato con tutte le fonti nel Prologo e che rifiuto di dimenticare nel pianificare il primo passo: negli stessi mesi in cui il comitato dei cittadini raccoglieva, con procure notarili e liste attestate, circa trentatremila firme per una legge dal percorso costituzionale reale, una macchina politica di mobilitazione annunciava oltre due milioni di firme per un’iniziativa — la sospensione del presidente — che non aveva, costituzionalmente, alcuna finalità possibile. La conclusione non è che i romeni non firmino; è che l’energia di mobilitazione esiste su scala di centinaia di migliaia e di milioni, ma è stata finora diretta verso lo spettacolo e non verso la procedura. Chi controlla la direzione della mobilitazione controlla la sorte della rifondazione — per questo il primo passo del nostro cammino non è la raccolta delle firme, ma la pedagogia che insegna alla gente la differenza tra una petizione che suona bene e un’iniziativa che può diventare legge.
Perché andiamo comunque avanti? Perché Machiavelli descrive una difficoltà, non un’impossibilità — e perché è proprio lui a mostrare, nello stesso capitolo, la chiave: l’armamento del profeta. I profeti armati vincono, quelli disarmati rovinano, egli scrive; e la nostra arma — l’unica che accettiamo e l’unica dalla quale l’ordine antico non può difendersi all’infinito — è quella descritta in questo capitolo: la procedura costituzionale stessa, la firma, il referendum, la legge. L’ordine antico può temporeggiare davanti a un’iniziativa; non può temporeggiare all’infinito davanti a un popolo che ha imparato il cammino. E c’è ancora un particolare che Machiavelli, consigliere dei principi, non ha messo in conto, ma che la Svizzera ha visto: dopo la prima vittoria di un ordine nuovo votato dal popolo, i «difensori tiepidi» diventano ardenti — perché l’esperienza, la sola che li convince, è divenuta la loro.
3. Il calendario realistico
Non vendo illusioni di calendario: tra la prima firma e la proclamazione della Terza Repubblica stanno, nello scenario migliore, alcuni anni — la raccolta delle firme (12–18 mesi con una rete rodata), l’esame della Corte, la battaglia parlamentare (possibilmente oltre un ciclo elettorale), il referendum. La Francia passò dalla crisi del maggio 1958 a una Costituzione promulgata nell’ottobre dello stesso anno — ma aveva un de Gaulle e il crollo di un regime; il nostro scenario realistico assomiglia piuttosto al lungo cammino delle iniziative svizzere: anni di firme, respingimenti, ritorni — e vittorie che, una volta conquistate, non possono più essere riprese, perché le ha votate il popolo. L’importante non è l’anno; l’importante è l’irreversibile. Una legge data da un parlamento è abrogata dal successivo; una Costituzione votata dal popolo non si tocca più se non con il popolo.
4. Che cosa può fare il lettore — concretamente
Ho scritto questo libro perché fosse usato, non soltanto letto; ecco lo strumentario, in ordine di impegno. Leggete i testi-fonte — i progetti integrali, con le loro relazioni illustrative; nulla in questo libro chiede fiducia cieca, tutto è verificabile. Firmate e raccogliete firme quando la campagna è attiva — un uomo con una lista e un fine settimana fa cento firme; mille uomini come lui ne fanno centomila. Chiedete ai candidati, a ogni elezione, la posizione scritta sul pacchetto della rifondazione — non dichiarazioni d’amore per la «riforma», ma SÌ o NO articolo per articolo: la revoca, il referendum obbligatorio, la smilitarizzazione, il 6 % per l’istruzione; il rifiuto di rispondere è una risposta. Usate le istituzioni esistenti come se funzionassero — petizioni, contenzioso, segnalazioni al Difensore civico: ogni uso le obbliga a esistere. E — lo dico con la gravità, non con il patetismo della parola — restate: ogni famiglia che resta nel Paese o che torna è un voto per la rifondazione che nessuno può annullare.
5. «Una repubblica — se saprete conservarla»: la pietra angolare
Un’ultima parola sulla più antica delle nostre tare — IL COMPLESSO DELLA PERIFERIA, perché il cammino descritto in questo capitolo è, in fondo, la resa dei conti con esso. Da mille anni la salvezza della Romania è sempre stata programmata per venire da altrove: da un impero cristiano, dalla Porta contro un’altra, da Parigi, da Berlino, da Mosca, da Bruxelles, da Washington — la periferia che attende la propria redenzione dal centro, con forme importate e una sostanza sempre rinviata. Questa attesa non è pigrizia; è memoria storica sedimentata in riflesso: ai piccoli popoli posti al crocevia degli imperi è stato ripetuto, per secoli, che la loro sorte si decide altrove — finché ci hanno creduto. Ebbene, la via descritta sopra — firme, controllo di costituzionalità, voto parlamentare, referendum — ha una proprietà che nessun piano di salvezza dall’esterno ha mai avuto: non dipende da nessuno di fuori. Non chiede l’approvazione di alcuna cancelleria, non attende alcun contesto geopolitico favorevole, non ha bisogno che di un solo ingrediente che non si importa: la volontà del titolare della sovranità. Per questo la rifondazione non è soltanto un progetto costituzionale; è l’atto di maturità di un popolo che smette di attendere — la prima opera politica maggiore della nostra storia moderna concepita, dal primo articolo all’ultima firma, senza alcun salvatore esterno nel cast. Nessuno viene a salvarci. Questa non è una cattiva notizia; è, per la prima volta, la buona notizia.
All’uscita dalla Convenzione di Filadelfia, nel 1787, una signora chiese a Benjamin Franklin che genere di governo i costituenti avessero dato agli americani: monarchia o repubblica? Il vecchio rispose con la frase che è divenuta il testamento di tutte le repubbliche: «Una repubblica — se saprete conservarla» (nota: la risposta di Benjamin Franklin — «A republic, if you can keep it» —, annotata nel diario del delegato James McHenry (1787), pubblicato in The American Historical Review, 1906; verificata su due fonti indipendenti (il diario di McHenry, edizione AHR; gli archivi del National Constitution Center).). Noi abbiamo ricevuto una repubblica nel dicembre 1989 e non abbiamo saputo conservarla: l’abbiamo lasciata confiscare dall’interno, e poi l’abbiamo guardata morire, il 6 dicembre 2024, per mano delle sue stesse istituzioni. La Terza Repubblica si scrive con la risposta di Franklin sul frontone — ma con una correzione romena, pagata con tutto ciò che abbiamo vissuto: una repubblica non si conserva; si custodisce. E non può custodirla se non il suo titolare.
Chiudo la quarta parte tornando al filo confessato nel Prologo. Ho costruito, in ventiquattro capitoli, un edificio di norme, confronti e calcoli — ma so, e l’ho saputo per tutto il cammino, che non sono le norme a fondare le città. Le città si fondano su ciò che gli uomini credono insieme; le leggi non fanno che custodire quella fede dall’oblio. «La pietra che i costruttori hanno scartata è divenuta testata d’angolo» — e la pietra scartata da tutti i costruttori delle due repubbliche finora è stata sempre la stessa: l’uomo di questa terra, con la sua fede, il suo lavoro e la sua pazienza senza fine, trattato di volta in volta come massa di manovra, elettorato, risorsa umana, diaspora, «deplorevole». La Terza Repubblica non è, in ultima istanza, un progetto di ingegneria costituzionale: è la collocazione di questa pietra là dove il suo posto era fin dall’inizio — in testata d’angolo. Il resto — l’ho mostrato, spero, in questo libro — è tecnica giuridica. Pesante, minuziosa, ma tecnica. La pietra è la parte sacra. E la pietra esiste: l’ho vista, con i miei occhi, ai tavoli delle firme.
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